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2月27日 Note a margineDopo l'intermezzo escatologico con cui vi ho tediato qualche giorno fa, mi arrogo ora la licenza di redigere qualche riga in tono più mondano, giusto per svellere la mente dalle sue radici sempre logore e quiescenti. Quindi, seguirà qui qualche briciola parenetica (=auto-esortativa), annotata proprio per destare in me nuovi eventuali sproni e, all'occorrenza, per ravvivare anche quelli più vetusti. 1) Da qualche tempo mi sto prodigando nella progettazione del mio nuovo lavoro musicale. Le premesse di quest'ulteriore fatica scaturiscono, in tutta onestà, da un'intenzionale sferzata caustica rivolta ai miei tipici canoni di composizione. Sento l'esigenza di cesellare qualcosa che si discosti radicalmente dalle sonorità di cui mi sono avvalso finora... Vedremo cosa riuscirò a sfornare. 2) Per il resto, l'indolenza mi tende costanti tranelli e agguati sempre più insidiosi, cercando di volgermi verso le acclivi alture dell'ignavia, dell'abulia più smodata e parossistica. Dal canto mio, non faccio che cercare di rammendare queste lacune, ma l'impresa si rende sempre più ostica. Più che altro, mi manca l'opulenza degli spunti più autentici, quelli che proliferavano sul compianto forum di Eyes on Final Fantasy. Mi mancano molto le solerti e acribiche suggestioni partorite dalle altrettanto volitive menti che soggiornavano presso quei lidi. Altrove non vedo la stessa arguzia, non scorgo lo stesso ingegno e fervore... Ma forse non ho cercato abbastanza in fondo. 3) Tuttavia, proprio per scacciare questa apatia così seccante, desidero cogliere l'occasione per attuare un proposito che avevo intentato da anni, ma che infine era stato, a malincuore, blandito ed eclissato in favore di altre incombenze più urgenti. Ebbene, voglio iniziare a scrivere qualcosa di originale. Voglio provare a stilare un racconto personale, forse addirittura un vero e proprio romanzo in fieri. Le idee che ho raggranellato e incubato sembrano essersi sedimentate a dovere ed aver acquisito quel nitore e quella integrità che auspicavo... Adesso che non sono completamente oberato dagli oneri didattici, posso concedermi almeno l'ardire di accennare qualche nota di esordio. Ribadisco naturalmente quanto chiosavo sopra (e che vale anche su questo fronte): lasciamo ai posteri il compito di sentenziare sugli esiti tangibili di questa curiosa (e lodevole?) iniziativa. Bene, per stasera chiudo laconicamente qui, su queste promesse vaghe e fin troppo amene di possibile fattività futura. Come detto, sono solo piccole briciole, ma dovrebbero bastare, per ora, a indicare un buon sentiero in questa selva sempre più intricata. 2月23日 Così è (rubato) il tempo / Seconda ParteNo, ancora non sono svanito nell'etere. La latitanza che ha inficiato le solerti intenzioni di questo mio "periodico" virtuale è da tributarsi alle continue incombenze didattiche, che hanno gravato, come tante piccole spade di Damocle, sul corso degli eventi di questi ultimi mesi. In realtà, però, non è che avessi molto da incidere su questi rotocalchi. Gli impegni che mi hanno irretito in tale fase di studio hanno, purtroppo, fugato anche gli spunti saltuari di cui talora mi fregiavo. Nonostante ciò, sono ancora qui, con la mente sempre "vacante e pensosa", intento a redigere i pensieri sempre troppo entropici che mi balenano alla testa. Volevo tornare a parlare del tempo: devo ai miei lettori un prosieguo di una riflessione sempre promessa o accennata, ma mai vergata del tutto. Chiedo venia innanzitutto per la stringatezza e la confusione delle disamine a seguire, che meriterebbero invero una trattazione ben più accorta, estesa e ordinata. Dunque, con tutta onestà io ho sempre patito un rapporto decisamente altalenante e conflittuale nei riguardi del tempo, sin dalla mia gioventù più acerba. A rigore, i primi slanci nostalgici dovrebbero collocarsi attorno agli anni delle medie: già allora questa idiosincrasia si era palesata in tutto il suo annacquato fulgore. Ricordo molto distintamente le mie sensazioni, in particolare la malinconia dettata dall'impossibilità di non potermi mai più scaldare al focolare delle puerili goliardie, delle velleità inconsce e balzane che lastricavano i miei giorni di infanzia. Fu un commiato senz'altro sofferto, incubato poi molto lungamente e placato solo dalle rincuoranti gratificazioni che avrebbero suggellato il sentiero venturo. Mi chiedo oggi, dopo tanto, troppo tempo, cosa abbia innescato in me quella cesura così netta e quel rovello così lesivo... Probabilmente è il mio modo di vivere, nonché di intendere gli avvenimenti che costellano la mia esistenza, a produrre queste angustie così smodate e sentite. Il fatto che io idealizzi costantemente ciò che mi attornia, in maniera a tratti quasi onirica, è forse indice del disperato anelito di stagliarmi oltre gli argini del tempo. Del resto non posso concepire, né approvare in alcuna forma l'idea che sia auspicabile vivere alla giornata, cogliere l'istante effimero e pascersi di quest'ultimo famelicamente senza alcun altro appiglio. Ma per carità. Proprio no, mi dispiace, ma per me non ha senso. Nel momento in cui mi dovessi attenere a siffatti canoni, vedrei affiorare in tutto il suo limpido e verace nitore la vacuità delle azioni condotte, come in una spirale logora, intessuta di atti consciamente vani. Allora magari la mia pur lacunosa e deprecabile ostinazione, questa pervicace smania di elevare a "chiavi di volta" quei pochi tasselli davvero idilliaci del mio mosaico, questa mia fisima appunto diventa la palmare constatazione del bisogno di annodare la vita attorno a certi pungoli salvifici, forse tasselli di un mosaico ben più ragguardevole di quello semplicemente cronologico. Non so, probabilmente, anzi quasi di sicuro, sono stato particolarmente influenzato sia dalla "Destinazione dell'uomo" di Fichte, sia dalla speculazione imbandita da Schelling riguardo alla perniciosa diade "Legalità / Libertà". Ma, sul serio, mi piacerebbe scorgere ogni tanto una bella "legalità" teleologica nella mia esistenza, un finalismo rassicurante di cui io possa poi scrutare, magari anche furtivamente, l'apicale baluginìo con occhi sereni, senza dolermi per i cipigli torvi che comunemente inficiano le mie parvenze mondane. È accaduto poi di nuovo, con il congedo inevitabile dall'ambito liceale, che per inciso ho amato molto anche nelle sue crepe più fitte. Chiaramente non mi riferisco al solo versante didattico, di cui pure ho sortito e assimilato i frutti, ma anche alla dimensione sociale di quell'esperienza, agli affetti che ne sono scaturiti e alle pallide memorie che continuo a serbarne... Continua ad accadere, con piccole facezie, ansie ininfluenti per cui non dovrei affatto crucciarmi e che invece mi destano perplessità, rancori, ansie, indebite inquietudini; ed il motore di tale sconcerto è sempre quella pavida angoscia, la paura di rimirare la scrosciante pioggia senza che essa possa lambire il tuo volto, la paura che la pioggia che seguirà non sia più la stessa di prima, la paura che quella pioggia che cade ora già non sia più la stessa, già non sia più sé stessa. O magari anche il timore inconscio che se quel passato è trascorso senza clamori, salpando verso le brume di un tempo che non ti appartiene più, chi potrà dire che esso sia valso a qualcosa? Perdipiù chi potrà dire che quel passato sia realmente avvenuto? Siamo dunque circondati da uno stuolo di momenti effimeri, da istanti circolari che non fanno che involversi su sé stessi, scevri da qualsiasi genere di terapeutiche perturbazioni. Non solo, siamo anche circondati da persone che si alimentano di questa insensatezza, credendo di poter rammendare le proprie latenze soffocandole nei parossismi altrettanto rivoltanti delle loro volubili facciate. Ebbene, io non posso tollerare tutto questo. Non ci riesco a svilirmi così, grazie tante, ma cedo volentieri la mia portata di futilità, risparmiandomi la susseguente nausea. Preferisco attraccare allora a questi porti labili, ma perpetui, subendo gli strali del presente ingordo, ma intanto tessendo la tela di questo significato arcano del mio tempo che vado ricercando con tanta foga e acribia, arrancando su questo sentiero agrodolce mentre seguo un astro che potrebbe rivelarsi un mero ideale regolativo. Ma non importa, quell'astro io lo percepisco vividamente. Quell'astro è l'unico tempo a cui mi affido, il tempo dei momenti che custodisco nel tepore della mente, il tempo delle mille piccole gioie dal grande valore, il tempo degli affetti, il tempo delle persone a cui tengo, il tempo delle parole mai pronunciate e di quelle che ancora attendono speranzose in un cantuccio isolato il loro fatidico tempo. Quell'astro è il mio mondo. Quell'astro sono io stesso. |
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