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Personal NotebookStrange how I still feel my loss of comfort gone before
August 04 Estate - Stasi - EstasiÈ trascorso più di un mese dall'ultimo intervento affisso presso questa mia azzimata bacheca... Ora, l'inerzia che ha arginato (per fortuna?) il torrente delle mie illazioni, già abbastanza saltuarie di per sé, dovrebbe essere ascritta ad alcuni fattori peculiari: in prima istanza, l'insidiosa e ormai costante apatia / abulia / indolenza, che mi coglie con devota fattività appena gli impegni accademici allentano la loro morsa mefitica; in secondo luogo, il clima che vige nel periodo estivo, fase dell'anno che personalmente ho sempre esecrato, svilito e soprattutto dissacrato. L'estate è infine giunta, come si accennava, a lambire i sentieri asfaltati dell'urbe romana, portandosi dietro il fardello dell'afa torrida e sfiancante che le è, del resto, congeniale. Così, gli aliti di vento, gradevoli emissari delle brezze notturne, hanno smesso di agitare le fronde attigue, cedendo il passo senza troppi clamori a una galoppante aridità. Le strade si fanno dunque brulle e macilente, tutte mutile di nerbo, tutte prive di fragori, mancanti della placida mestizia che ne sovrastava giorni prima la forma affannosa. Di fatto per me, contrariamente alle sensazioni e alle velleità di molti miei coetanei, l'estate non apporta tutti questi salubri effluvi di sollazzo e ristoro. Sarà che, come ebbi modo di chiosare in qualche intervento precedente, non posso proprio dirmi un apologeta dei divertimenti effimeri, anzi a dire il vero mi sono sempre schierato con aspro sdegno nei riguardi di certi generi di passatempi caduchi già in partenza, spudoratamente pacchiani e talvolta anche lesivi per l'animo. Queste mie avversioni sono rimpinguate dalla generale temperie che ora serpeggia qui, con indomato languore: il clima estivo sollecita torme di persone sempre più affastellate, sempre più (in)consistenti e, sopratutto, sempre più forastiche a migrare verso ritrovi di comune interesse. La questione in sé non mi turba, ci mancherebbe. Gli svaghi sono anch'essi uno specchio molto limpido della personalità. Le proprie scelte dilettuose sono un ulteriore indice, un altro tassello del mosaico che ne svela sempre e direttamente l'artefice. Tuttavia, non mi sento minimamente affine a questo approccio, né alla mentalità che il più delle volte vi soggiace. Alla base di questa perentoria invettiva si staglia la percezione, anche piuttosto nitida, di una certa "necessità coercitiva" che alle volte sembra muovere le comuni esigenze vacanziere. Sembra che sovente si intraprenda una villeggiatura quasi per semplice aderenza a un canone ormai invalso e consolidato, piuttosto che per autentici bisogni di riposo, di serenità, di isolamento meditativo, o quant'altro. Si spalancano così i cancelli per l'estate degli sfarzi, dell'opulenza laida e parossistica, del sollazzo talvolta così sperticato da risultare veramente stucchevole, dello svago senza alcuna ragione (o anche senza alcun lavoro che lo preceda, chiaramente!), esibito con disinvolta impudicizia, senza candore, senza pensiero; l'estate dello "spegnimento del cervello", dei piaceri tanto inverecondi quanto passeggeri, che naturalmente (con buona pace di ogni nozione di dignità personale e altrui) si dileguano non appena si calca nuovamente la soglia domestica, esattamente nello stesso modo in cui si erano aperte le danze: senza troppi clamori. Mi chiedo se questo possa mai essere sincero, autentico, viscerale divertimento. Cosa potrà mai permanere di quei gesti, di quei lepidi momenti, incisi su una carta così fragile e diafana come il tempo che ne conserva intatta la tela? Si capirà dunque perché, anche nel divertimento apparentemente più misero, più frivolo e goliardico, anche nelle battute più facete e corrive, io cerchi sempre e comunque proprio un tessuto, un ordine, un sentiero, che possa elargirmi orme tanto preziose da scalfire l'esiziale contingenza in cui esse sono pur sempre calate. Ecco perché, sebbene i frangenti di sollazzo scanzonato non mi siano affatto invisi e, anzi, non mi manchino, io continuo a decurtare dall'estate questa virtù quasi sacrale che troppo spesso le si tributa. Ecco perché cerco di sfrondare, con queste parole purtroppo anch'esse inaridite dal caldo insostenibile, questa vuota e pacchiana "liturgia edonistica", che troppo spesso sottende al mese di agosto. Dinanzi all'entropia statica (e avrete capito che l'ossimoro è decisamente voluto), io scelgo sempre e comunque la finalità etica, scelgo l'estasi del divertimento incastonato nel mosaico del mio pensiero e di un ordine di vita; scelgo di (passatemi la menzione ironica) accendere il cervello e, anzi, di dilettarmi in sua compagnia. Dinanzi al chiasso, all'incuranza, allo spasso vacuo ed effimero ed alla superficialità, io preferisco il silenzio o, eventualmente la buona, ilare, ma esigua compagnia. Ag amharc tré m'óige Is mé bhí sámh Gan eolas marbh Bhí mé óg san am Anois, táim buartha 's fad ar shiúil an lá Ochón 's ochón ó. Buone vacanze! ![]() June 21 OrmeSi dà il caso che mi sia capitato sottomano un compendio di alcuni vetusti scritti di mia fattura, risalenti a un tempo davvero immemore di cui ora serbo solo timidi stralci. In realtà si tratta di un nugolo sparuto di annotazioni, suggestioni laconiche e raffazzonate. Semplici "nugae" catulliane, per capirci. Nonostante la veste spoglia però, esse sanno ancora incutere una sorta di malìa, una strana forma di riverenza acerba inesplicabile. Mi si attribuisce spesso una predilezione per gli slanci accorati e nostalgici, ma in verità sono persuaso del fatto che molti di questi giudizi sviliscano ed attenuino la portata salvifica di tali fervori. È vero, certo: io attribuisco ingente lustro e rilievo ad alcuni importanti frangenti del mio tempo. Tuttavia per me questi scorci hanno anzitutto una valenza paideutica e formativa essenziale. Questi afflati nostalgici, come molti li tacciano fregiandosi di una supponente sicumera, non fanno che tracciare il solco etico e i canoni virtuosi di tutti i miei giorni a venire. Un tempo ne parlai anche su EoFF, ma pare che mi capirono in due. In ogni caso, dopo una furtiva lettura degli appunti appena rinvenuti, sono subito incorso con la mente ai grezzi fastelli del nido liceale, tornando a ricordare le audaci congetture e gli scogli tortuosi, le speranze disattese e quelle consolidate, nonché gli affetti, le corrive velleità e tutti i sogni diluiti nell'ampio torrente. È affiorata la proiezione agrodolce della mia Maturità, così sofferta ma al contempo così idilliaca, intrisa di quel colore agreste che sempre ne adornò l'alveo. È emerso anche tutto ciò che ne corredava gli auspici più vistosi: l'ilarità che preludeva alle varie prove d'esame, la tenacia infusavi, l'arguzia destata dall'altrui supporto, la goliardia scaturita da un'escursione presso un Istituto, un susseguente ritrovo festoso... Puntuali accortezze ora sbiadite? Dov'è finita quell'orma di colore? Quella tinta così vivida è stata ormai blandita? Non so. Non so proprio come si faccia a disdegnare completamente tali spunti, additandone addirittura gli esiti come infima e turpe nostalgia, come semplice richiamo puerile. Magari si tratta di vincoli eretti su fondamenta troppo arbitrarie, differenti per ciascuno in base alle beltà e alle viltà esperite nel cammino. Eppure, indipendentemente da questo, come si può mai abiurare la memoria? Dando un'ultima avida scorsa al vago lascito ora riesumato, viene piuttosto da chiedersi come possano orme così preziose essere altrettanto effimere. Di certo farò di tutto per lasciare intatte le mie, evitando che vengano scalfite o rammendate... proprio come l'epifania ritrovata di questi scritti giovanili. ![]() June 12 Moonside #2: L'Ultima FantasiaForte della mia precedente veste di redattore in un sito strettamente pertinente, mi prendo la briga di stendere qualche riga in merito a una serie videoludica di particolare fama e levatura, che tuttora riesce ad ammaliare e ispirare un lavacro di appassionati davvero sconfinato. Mi riferisco a quell'opera ormai titanica che reca l'effigie di "Final Fantasy", notissima saga giapponese di videogiochi, il cui arco narrativo si dipana lungo numerose iterazioni (tra quelle ufficiali, siamo attualmente a quota 12), caratterizzate da alcuni spunti comuni ma sostanzialmente molto dissimili nella fabula. Dunque, buona lettura! [Questa prima parte ripercorre alcuni degli aspetti più salienti dei primi 3 titoli] MOONSIDE Capitolo 2: L'Ultima Fantasia Nella laconica premessa a questo prosieguo delle mie sempre asfissianti disamine, ho volutamente evidenziato, con una punta di accorata nostalgia, il mio coinvolgimento sulle pagine ormai brulle di Eyes on Final Fantasy. Per i meno avvezzi a questo titolo, basti sapere che si trattava di un portale devoto a una rigorosa e puntuale trattazione del fenomeno FF. I membri dello staff adibito alla stesura dei contenuti che ne rimpinguavano la veste si erano tutti prefissi l'intenzione di sviscerare in maniera quanto più radicata e passionale i nodi più cruciali della serie, capirne gli spunti più interessanti, addentrarvisi con ineguagliata dedizione e poi, a fronte di questo lavoro, divulgarne gli esiti per la pubblica consultazione. Naturalmente, il sito si fregiava di tutti i crismi che spettino a un progetto del genere: soluzioni, guide tattiche, approfondimenti, indagini molto peculiari, immagini... nonché un forum, vero teatro e cuore pulsante del versante più vitale dell'opera. Mi permetto di soffermarmi su questo sentiero e tracciarne un po' le origini per il semplice motivo che, a dispetto degli eventuali contrattempi, torpori, ritardi e dissapori che ne hanno in seguito minato il corso (e sancito l'ineludibile tramonto), posso affermare con serena fermezza che EoFF fu un progetto altamente formativo per il sottoscritto. Non solo fu proficuo sul fronte più nozionistico, conoscitivo, ma anche e soprattutto sul riscontro sociale e relazionale che andavo pian piano guadagnando. Tuttavia, anche EoFF, come qualsiasi altro castello di sabbia, per quanto sembri esibire parvenze di stabilità, iniziò a franare. Pian piano questa soave impalcatura dette i primi segni di cedimento... Il forum, che come dicevo costituiva (almeno per me in particolare) la vera sorgente di linfa per la nostra esaltante impresa, fu piagato da latitanze prolungate, penuria di contributi da parte dei veterani e affluenza irrisoria sul fronte dei neofiti. Capirete che allorché iniziano a mancare spunti e persone, una struttura come quella di un sito amatoriale dedito al dibattito comune non può sorreggersi sulle proprie speculari fondamenta. Non mi dilungo ora a tessere un necrologio della faccenda, poiché in fondo non desidero rivangare vecchie ferite che cominciano (lentamente) a suturarsi. Tutti noi abbiamo vissuto quella esperienza in modo molto diverso e ne abbiamo tratto benefici e ricordi spesso antitetici, ma sempre e comunque, per tutti, indelebili. Cosa innescò però quella miccia, quella passione così unanime e impetuosa? Cosa alimentò i fervidi slanci di questo nostro interesse, nutrito così vividamente da tutte le parti in causa? Questa è la domanda topica che fornisce i natali al mio intervento e che, idealmente, vorrebbe condurmi a un lucido esame di tutti gli aspetti più distintivi di questo ciclo videoludico, come mai ebbi la sagacia e l'accortezza di svolgere ai tempi del nostro sito. Vediamo pertanto di tessere un'epitome dei primi tre titoli, che contribuirono a edificare il sostrato stilistico su cui si erge tale fenomeno. È attestato su più fronti che l'occasione in cui sbocciò il capostipite della serie non fu tra le più floride. La Squaresoft, allora carente dell'arguzia e dell'audacia che impreziosì molte produzioni seguenti, si apprestava ormai a dichiarare la più completa bancarotta. In luce della sorte infausta a cui sarebbe incorsa, l'azienda in questione si avvalse dell'apporto di un "team di commiato" e giocò una carta decisamente ardita: un ultimo titolo, un'ultima pubblicazione che avrebbe sortito, forse contro le più fioche aspettative, un risultato decisamente sorprendente. Il primo Final Fantasy nacque dunque come scommessa piuttosto disperata da parte di un nugolo di artisti e programmatori, che si erano prodigati in effetti in una curiosa commistione: attingendo dal repertorio tecnico di Dragon Quest, vero e proprio stendardo dell'RPG nipponico, ne avevano alleggerito la meccanica più bruta, epurandolo dell'aridità visiva e contenutistica a favore di un approccio un po' più dinamico. In realtà, possiamo denotare questo primissimo, audace tentativo come un'autentica scossa di rinnovamento: per molti versi, assistiamo all'inizio acerbo di un tipo di gioco più strettamente narrativo, che fa della filigrana favolistica e della propria trama elementi del tutto inestricabili dall'esperienza ludica stessa. ![]() Come possiamo arguire dalla notorietà e dagli invalsi elogi che oggi vengono vergati in proposito, questo primo titolo riscosse un seguito molto consistente, tale da scongiurare quei presagi di più cupa disfatta. In virtù del bacino sempre più esteso di proseliti che questo gioco, pur molto tradizionale, sembrava raccogliere, gli autori furono persuasi a contemplare la possibilità certamente redditizia di dargli un prosieguo. Prima di lasciare però il palco agli eredi di questo lascito, vorrei segnalare un aspetto a mio avviso essenziale nella valutazione di questo titolo: Final Fantasy poteva avocarsi il merito di proporre ai fruitori un'avventura dai contorni molto malleabili. La trama, per quanto sia senz'altro caratterizzata da una temperie nitida e da riferimenti mitologici piuttosto marcati, offre un ampio respiro in cui i protagonisti possono operare in maniera dinamica, flessibile, libera. Questo modo di intendere il gioco (e appunto di fruirne), dai confini così labili, contrariamente a quanto si pensa spesso oggi, non è fallace, bensì garantisce la longevità dell'opera: la vivifica nel tempo, rendendone imperituro ogni risvolto, poiché le angolazioni (e sopratutto la tempistica) con cui si possono affrontare gli stessi frangenti variano da sessione a sessione, da campagna a campagna. Il discorso si applica anche alla caratterizzazione dei personaggi. L'anonimato delle intrepide e valenti figure di cui il giocatore assume il controllo e decide le competenze, permette di calarsi davvero sinergicamente nel mondo simbolico dell'opera, quasi di indossarne i manti e brandirne le armi stesse. Al contrario, più minuzie superflue si infondono in un titolo - e soprattutto più direzioni obbligate si impongono in un gioco - meno sarà intensa la simbiosi con l'aspetto più deittico del gioco. Verrà meno proprio quell'amalgama, quella sospensione di incredulità tanto cara ai poeti romantici inglesi, con cui si fa breccia in qualsiasi opera e si giunge a percepirne realmente l'anima più latente. I successori del primo Final Fantasy, sino a pervenire ai capitoli più moderni, hanno man mano allentato la morsa su questo fattore cruciale. Non so se questo mutamento si debba a una svolta generale dei criteri videoludici di allora, ma già con il prosieguo più immediato Final Fantasy perse quel nitore sbiadito, quella "salace bruma" che ne corroborava l'attrattiva. Final Fantasy II fu un'esperienza alquanto sperimentale, giacché si decise di invertire il principio di crescita parametrica dei personaggi giocabili: maggiore era il danno inferto dalle aspre fiere di turno ai propri valenti condottieri, maggiore era l'incremento di punti salute che ne scaturiva. Lo stesso canone si applicava virtualmente a tutti i parametri di avanzamento e, sebbene in linea teorica questo cambiamento potesse essere inteso nell'ottica di un più marcato realismo, nella pratica il sistema qui congegnato produceva esiti a dir poco nefasti, inficiando il corretto bilanciamento del livello di difficoltà. Oltre a ciò, si deve segnalare la portata sobria e diretta della trama, ora scevra da simbologie ambigue e addobbata da tutta una serie di connotazioni salde e precise. Anche in questo aspetto, dunque, si registra una netta demarcazione, uno iato assolutamente palese nei confronti del predecessore. ![]() La trama riprende anch'essa l'impronta già basilare della mitologia inaugurata con il primo capitolo: si parla di cristalli, artefatti mistici di matrice divina che presiedono all'equilibrio del mondo; si parla di entità malevole dalle connotazioni evanescenti, anch'esse quindi dai contorni labili e capaci di destare nel fruitore autentica sinergia (almeno all'epoca): insomma, una trama ridotta a una ossatura contestuale, che diventa essa stessa protagonista attiva dell'opera. Attraverso questi espedienti si recupera quindi, almeno in parte, quel margine di flessibilità e di dinamismo "nebuloso" che aveva caratterizzato, pur nella spoglia, succinta e rudimentale cosmesi, l'efficace precursore di tutte le lunghe e tortuose fantasie finali a venire. Tuttavia, volendo tirare le somme di questa prima parte, è doveroso precisare con certo rammarico che questa modalità libera e dinamica di fruizione, tipica dei primi audaci episodi, verrà sempre più accantonata nella serie, finendo per essere eclissata a favore dell'opulenza visiva, della ricerca manieristica degli orpelli più smaccati e vistosi. I capitoli odierni, soprattutto quelli lambiti dalla mano dell'accoppiata Kitase-Nomura, tendono sempre più a un'ottica che ricalchi spasmodicamente la linearità cinematica e sono purtroppo l'ennesima riprova di questa generale deviazione stilistica in tutto il settore videoludico, come del resto avevo ravveduto nel primo appuntamento di questa rubrica. Comunque, avrò modo di discorrere più ampiamente nelle prossime trattazioni in merito a questo tema e questa discrasia tra "vecchio e nuovo", che con tutta onestà rappresenta il vero e inamovibile fulcro su cui intendo articolare questa mia critica. Mi fermo qui per ora, dato che l'analisi vuole essere sinceramente limpida e, per adempiere questo risultato, occorre un'articolazione serena, che non sia appesantita dalla lunghezza già spropositata delle parole che la adornano. Spero di aver già stuzzicato in buona parte il vostro interesse, se non altro almeno quanto in occasione del primo capitolo di questa mia "Moonside". A presto con la seconda parte, che verterà sul trittico a mio parere più memorabile e degno di encomio: Final Fantasy IV, V e VI usciti a suo tempo per l'intramontabile e compianto Super Famicom / Snes! June 07 MirrorVolendo ricalcare l'incipit di un altro mio intervento affine, il torpore che attanaglia la mente ormai dolente indica con tutta chiarezza che l'ora è tarda. A dire il vero, volgendovisi con un'altra prospettiva l'ora è fin troppo acerba. Curiosa quest'ambiguità in fondo: è bizzarro soprattutto il fatto che si annodi su corde che vibrano in tanti, variegati fronti della mia mondanità. Sento di apprestarmi a un periodo di profonda e radicata rivalutazione, di me stesso e di tutti i vincoli che ho intessuto, su tutti i versanti. Certe parole, altrove, hanno inciso un marchio rovente sull'animo, quasi svegliandolo dalla letargia che lo irretiva. Si parlava di specchi, immagini riflesse, dialogo speculare, etica, sentimenti, scopi. In fin dei conti si parlava, in termini diversi, della medesima sostanza. Tuttavia, il tranello delle apparenze è pur sempre in agguato. Meglio dunque inibire questi dubbi così vacui ed entropici, lasciarli annegare nel ristoro dei baluginii notturni. Chiedo venia per l'indecifrabilità di tali appunti. Del resto, l'ora è tarda, o meglio è acerba, o solamente è ancora essa stessa un tassello di un mosaico dai contorni labili e offuscati, essa stessa una mera illusione. May 30 Tabagismo, questo arcano[La presente è una risposta a un previo commento, inerente a un dibattito sul fumo e sulla discutibilità di tale abitudine. Ho deciso di renderlo un vero e proprio intervento, in primis per la lunghezza spropositata del testo e, in secondo luogo, perché l'argomento può essere passibile di un dibattito ad ampio raggio. Quindi, chiunque volesse contribuire alla discussione è chiaramente invitato a prendervi parte in questa sede.] Saluti, cara Claudia. Innanzitutto un doveroso ringraziamento per essere passata su questi logori e spogli lidi. Ogni passante è ben accetto qui, sia che mostri assonanze con le mie convinzioni, sia che rechi invece una voce di dissenso. La tua replica quindi è molto gradita e perdipiù allettante, in quanto mi offre lo spunto per approfondire le mie posizioni in materia. A tal proposito, anch'io trovo opportuno ai fini della nostra "disputa" un confronto testuale e rigoroso con il tuo ultimo commento, di cui ora riporterò alcuni stralci che meritano una puntuale risposta. ["Io
non ho mai detto di voler provare qualcosa che non ritengo degna ma non
mi creo delle opinioni su ciò su cui io stessa non posso discutere con
la dovuta sicurezza e\o certezza.
Se dovessi mai conoscere un assassino prima di giudicarlo
cercherei di capire i motivi che lo hanno spinto a un gesto che si
ritiene abominevole!
Un assassino che uccide per puro gusto, per follia, per denaro etc
etc è assolutamente deplorevole e condannabile....ma se un padre uccide
magari...colui che ha stuprato e ucciso sua figlia....bhè in quel caso
forse potrei anche capirlo...non condividerlo ma capirlo assolutamente
si."] Dunque, qui ti seguo solo parzialmente. Cercherò di farmi capire: se tu asserisci di non voler provare qualcosa che reputi indegno, stai quindi già valutando questo ipotetico atto su un versante morale. Ora, applicando questo stesso principio iniziale alla questione scatenante, mi chiedo: ma se Rafael ritiene altrettanto indegna, corriva e deleteria la pratica del tabacco, perché mai dovrebbe censurare il suo stesso giudizio morale? La nozione di dignità afferisce all'etica. Non ci sono possibili scappatoie semantiche. Pertanto ribadisco: perché mai si dovrebbe aver bisogno di un'esperienza diretta di un atto spregevole per poterne definire la natura lesiva? Non basta forse la propria capacità razionale per determinarne il valore? È proprio qui che intravedo la falla principale del tuo discorso, in questa esortazione un po' saccente a fruire di una certa esperienza (in questo caso una deviazione) per poter formulare considerazioni in merito. Magari funziona con la letteratura, con l'arte, con qualsiasi altro prodotto dell'ingegno umano... ma di certo non con una abitudine, che apporta più danni di quanti piaceri illusori possa mai elargire. In merito alla questione dell'assassino, non mi trovi ugualmente concorde: un omicidio è pur sempre tale, a prescindere dalle ragioni che ne hanno mosso il compimento. Cosa intendi esattamente per "capire" uno scenario come quello da te riportato? Tu affermi che, laddove un padre uccidesse lo stupratore di sua figlia, potresti capirlo ma non condividerlo... quindi, però, consideri in ogni caso deplorevoli i risultati del suo gesto. Dunque, finisci per emettere anche tu un giudizio, una opinione etica che prescinde completamente dalle motivazioni contingenti che possono corredare questa efferatezza. Le azioni umane possono essere capite e sviscerate da qualsiasi angolazione tu voglia, ma quando si tratta di intessere un giudizio di matrice morale (o in questo caso un semplice riscontro di natura sanitaria, direi), si torna sempre al raffronto con canoni obiettivi e universali. Rafael potrà ben capire che tu ed altri proviate piacere nel consumo di sigarette, tuttavia questo non gli impedisce di esaminare logicamente e razionalmente questa azione. Il fatto che non ne abbia fatto mai esperienza non solo non svilisce la validità del suo discorso, ma anzi penso che ne nobiliti l'onestà. ["No scusa....tu hai detto di non conoscermi perciò come fai ad affermare ciò di cui io sono consapevole?!?!?
Tu che ne sai del motivo che mi spinge a continuare a fumare?!?
Continuiamo con i luoghi comuni dell'assuefazione da Nicotina??
Io fumo per il gusto di fumare...non ho mica detto che non sono
dalla parte del torto ma io mi chiedo....quanto ritieni sia vera la
frase "E' esecrabile pattume che seduce e imbriglia la mente per
l'audacia illusoria che traspare dal gesto"?????Io continuo a ripeterti
che non ti rendi conto di quanto tu sia assuefatto dai luoghi
comuni! Ripeto: Cosa ne sai del perchè ho iniziato...del perchè mi piace?
E poi andiamo...un ragazzino di 14 anni inizia per l'audacia del
gesto...un sedicenne può avere mille motivi che non voglio e non sto a
spiegarti!"] Beh, ribadisco di non conoscerti personalmente, sebbene questa nostra piacevole vertenza possa smentire tale convinzione. Tuttavia questa mancanza, come appunto dicevo prima, è ininfluente ai fini del nostro confronto e del giudizio che ne scaturisce. In primo luogo, l'assuefazione da Nicotina è tutt'altro che un mero luogo comune. È corroborato da ogni genere di studi medici, nonché esaustivamente comprovato dai risultati (nefasti) che questo vincolo compulsivo arreca all'uomo. Non me lo sono certo inventato e, finché non mi porti evidenze contrarie di analoga levatura, dubito fortemente che ne riconoscerò l'inattendibilità... In seconda istanza, vorrei farti notare che tutti gli eventuali motivi per cui hai iniziato a fumare non hanno alcun impatto della deprecabilità del gesto, né sull'effetto di dipendenza che convoglia in sé. È di nuovo lo stesso principio del discorso sull'omicidio: qualsiasi motivazione si possa addurre NON influisce in alcun modo sul margine di opinabilità dell'atto! Anche se tu avessi iniziato per onorare un intento nobile (esempio volutamente esagerato), il fumo continua ad essere nocivo e a produrre dipendenza. Infine, vorrei rivolgerti una provocazione più "filosofica": tu continui ad alludere al piacere del fumo, a questo inebriante sollazzo che sembri attingere dal fumo. Ti sei chiesta se sia veramente una attitudine consapevole? Non sarà che ti convinci inconsciamente di trovare piacere nel fumo solo perché non riesci a smettere? Immagino saprai che l'unico modo veramente sincero e veramente obiettivo per attestare l'assenza di una dipendenza è la cessazione conscia dell'atto che la provoca... Bada peraltro che non c'è nemmeno un'orma di luogo comune in questo ragionamento: solamente logica e riscontri sinceri. Ah, e poi l'età non conta minimamente in questi frangenti. Conosco miei coetanei che non sanno mettere due parole in croce, quindi se fossi in te non farei ricorso a questi fattori per determinare la maturità di un individuo. Inoltre, che il fumo sia un'icona di spavalderia e audacia è anch'esso un fatto assodato, non certo un mio stereotipo arbitrario. ["Ebbene
no, non mi pare curioso perchè, se da una parte posso essere una
sedicenne inesperta o quello che vuoi tu, dall'altra so perfettamente
di cosa parlo e non mi diletto in discorsi senza saperne gli argomenti.
Se poi tu, ventenne con grande esperienza alle spalle, sai
dare risposte più convincenti....bhè sono bene accette ma, come ho già
scritto a tuo fratello, non venire a fare il moralista con me...non ce
n'è bisogno....
Quando dico che uno deve tenersi le proprie opinioni è per
questo...tanto alla fine tu non cambierai il mio modo di pensare e io
non voglio cambiare il tuo....solo la prossima volta che intendi
sparare sentenze....fallo con cognizione di causa."] Qui un po' mi deludi. Ricorrere a queste frecciatine acri e stizzose certamente non giova alla validità della tua risposta. Non pretendo minimamente di disporre di questa grande esperienza alle spalle, anche perché sinceramente non saprei che farmene. Anzi, non sono solito discorrere con questa sicumera da persone altezzose ma vacue, che tu vorresti attribuirmi. Penso tu abbia travisato le mie intenzioni e probabilmente anche quelle che facevano da cardine all'intervento di Rafael. Qui non si tratta di indossare manti da moralista, ma di dare voce semplicemente ai canoni morali della propria coscienza. Non ci vedo nulla di strano o astruso; anzi a me piace molto discutere, confrontarmi e dialogare. Il problema è che il dialogo significa anche dissidio, scontro, persuasione, eventuale superamento, a costo persino di cambiare la propria ottica. Il dialogo autentico è SEMPRE proficuo per tutti. Invece "tenersi le proprie opinioni", come dici tu, equivale a ritirarsi nel proprio cantuccio ipocrita, evitare qualsiasi screzio o divergenza con l'altro, tacere nella più buia inerzia della propria solinga individualità. No, mi dispiace, ma questo non significa affatto essere onesti, né con sé stessi, né con il prossimo... e di sicuro non è la mentalità adatta per decretare con lucidità e consapevolezza gli eventuali "pregi" di una propria dipendenza. Con questo chiudo, data l'ora tarda e la lunghezza spropositata di questo intervento. Spero quantomeno di aver sollevato spunti redditizi per entrambe le parti in contesa. ^^ Lancio un'ultima nota: se ci si prodiga con così tanto vigore nella denuncia del tabagismo (e altri vizi più o meno gravi), non è mica per sentirsi radiosi ed esibire chissà quale paradigma di moralità. Non è nemmeno per sputare sentenze sul diretto interessato, o per rinfocolare la propria alterigia. Si fa tutto ciò per sincera preoccupazione. Lo si fa perché si avverte la mestizia di vedere una persona cara che gradualmente si corrode per un atto in fin dei conti così effimero. Ci si schiera in modo così tenace perché si è consapevoli che, in fondo, quella persona cara potrebbe fare a meno di simili attività. Tu mi sembri una persona acuta e responsabile e credo che potresti guadagnare grande lustro e vera maturità se smettessi di fumare. Per un piccolo piacere opinabile ricaveresti tanti anni virtuosi in più... Mi sembra uno scambio vantaggioso, dopotutto. Attendo una tua risposta e, nel frattempo, ti mando sinceri saluti. May 20 Rifrazioni di un mondoSerata insolita, quella d'oggi... Stasera mi sento sospeso tra macerie di pensieri affastellati e tante flebili velleità, piccoli garbugli di desiderio che si avvitano inevitabilmente su sé stessi. È un periodo piuttosto arido, costellato di molti torpori e dolenze più o meno manifeste, in cui tutto ciò che realizzo e bramo si dissolve nella susseguente cognizione della vacuità del gesto. L'effimero spodesta lo slancio iniziale, scalpita lungo il sentiero e finisce per azzannare mortalmente l'anelito. Sarà per via del fardello esiziale degli esami, l'ombra che di questi tempi aleggia sul capo di ogni studente e che non manca di incidere, in modo più o meno deleterio, sulla dirompente tenacia di questi ultimi. Sarà forse per via della mancanza di stimoli (persino di suggestioni artistiche) che da qualche tempo lamento e che mi trascina verso queste litanie miserevoli. Sarà anche per altre ragioni, più o meno chiare, più o meno limpide o sottese, ma in fondo così perspicue e nitide. Forse sarà anche perché sento davvero la necessità di eradicare questo livore, eppure non ci sono valvole che possa allentare, o porti a cui possa attraccare per un lieve ristoro. Poste tali premesse, mi prefigo qui l'intenzione di attenuare questi vaghi patimenti (che in realtà vaghi non sono affatto), cogliendo l'occasione per raccogliere la proposta sollevata dal buon Toz e dalla savia Flavia. Si tratta di una sorta di catena che prevede di enumerare 6 dei propri interessi più importanti, per poi elencare in seguito altrettanti destinatari che raccoglieranno a loro volta questo lascito, svelando le proprie predilezioni sui propri rispettivi blog. Mi sembra grazioso. Ecco le regole (che purtroppo sono 5 e non 6, peccato per la mancanza): 1 - Indicare il Blog che vi ha nominato e linkarlo. 2 - Inserire le regole di svolgimento. 3 - Scrivere sei cose che vi piace fare. 4 - Nominare altre sei persone che proseguano la catena. 5 - Lasciare un commento sul blog dei sei bloggers prescelti. Di seguito riporto le mie preferenze: 1 - Mi piace molto scrivere, sin dall'infanzia più acerba, in cui mi inerpicavo a stento tra gli angusti viottoli della sintassi. Per quanto abbia sempre nutrito una viscerale inclinazione verso la stesura di testi personali, non mi sono mai dedicato con vera solerzia alla redazione di un racconto, compendio poetico o romanzo che dir si voglia. Almeno fino ad ora. 2 - Gradisco molto disegnare, persino da prima che sorgesse in me la propensione per la scrittura. Purtroppo, non disponendo di mezzi per trasferire in rete le parche raffigurazioni che ogni tanto mi capita di cesellare, mi è capitato raramente di divulgarne gli esiti. È da notare che questa passione costituisce davvero un interesse focale per me. Da piccolo mi divertivo a colmare quaderni su quaderni di fumetti ideati, vergati e sceneggiati dal sottoscritto. Con il tempo questa consuetudine è andata attenuando la sua portata, però tuttora non faccio che oberare fascicoli e appunti di bozze più o meno sensate. Spero al più presto di poter mostrare qualcuno degli scorci più meritori su questo blog. 3 - Come citato su più fronti e a più riprese, tanto da destare asfissia nei miei (esigui) lettori, apprezzo i videogiochi, in quasi tutte le diramazioni dell'ambito e su quasi tutte le piattaforme. Oltre a giocare in prima persona e quindi fruire attivamente dei moltissimi titoli che considero alla stregua di opere d'arte, mi occupo di recensire occasionalmente le opere più intriganti; inoltre mi interesso della "dorsale estetica", del versante stilistico e della cultura formale che sottende a questo mirabile comparto dell'intrattenimento elettronico. 4 - Per quanto quest'aspetto possa ritenersi a buon diritto correlato al 2, trovo che meriti una trattazione distinta. Seguo e studio con particolare fervore ed entusiasmo il cinema d'animazione; in questa dicitura convoglio sia la vivida predilezione per i prodotti seriali del genere (anche se con tutta sincerità sono particolarmente austero e selettivo in merito), sia la smodata e partecipe ammirazione per alcune pellicole cinematografiche (e alcuni autori) di particolare levatura: celebri e meravigliosi sono i film di Hayao Miyazaki, ma anche, volendo citare un esempio che valichi le soglie nipponiche, le prime strepitose opere di Don Bluth, che riguardo sempre con diletto e commozione. 5 - Mi piace infine comporre musica, benché non sappia se queste modiche nenie che intaglio meritino questa nomina così altisonante. In fondo, si tratta sempre e comunque di disvelamenti della propria nivea interiorità: sprazzi di individualità trasfigurati sotto l'egida di un canone universale. Insomma, è pur sempre semplice comunicazione, a mio avviso. Quel che è certo, però, è che cerco di prodigarmici con acribia e rigore, infondendo nelle mie creazioni quei contenuti e quelle suggestioni che attingo dalla mondanità e che non saprei veicolare in altro modo. Per quanto afferisce al fronte musicale, chiaramente mi piace anche ascoltare: i miei gusti in merito godono fortunatamente di ampio respiro, distendendosi lungo un lavacro che accorpa al suo interno le imponenti sonorità del retaggio classico e, allo stesso tempo, le stuzzicanti contaminazioni dei generi più moderni. 6 - Infine, lascio in calce a questo lapidario elenco una propensione che, per molti versi, ne sancisce l'ideale corollario e, al contempo, l'apice più saliente: trovo gradevole, rasserenante e terapeutico trascorrere il tempo in compagnia di persone care. Sembrerà banale o corrivo, ma in questi tempi di spoglio e smaccato egocentrismo, sono ancora persuaso dell'idea che la compagnia delle persone più gradite, quelle mosse da sodalizi autentici, sia assolutamente lenitiva e irrinunciabile. D'altronde, qualsiasi attività (anche la più risibile) si adorna di una nuova veste aurea e limpida, se svolta in compagnia di chi sa elargirti, con la "nobile amenità" dei propri gesti, un barlume di serenità. Spero, se non altro, di non essere il solo ormai ad appigliarmi a tale convinzione... Bene, esaurita la pingue torma di illazioni personali, vi lascio indicando i doverosi eredi di questo sfiancante impegno: ora come ora designo Holy, Hellsong, Riccardo, Valentina, Rafael e Phyllus. À suivre... May 04 Your promises are like frail seeds among the oceanYour promises are like frail seeds among the ocean. They swell and wash away, immediately reminding the spark that once you wore - and all the old emotions which lie ahead dispersed, to much of my dismay. Goodbye to lands you crossed, the very paths you cruised the lonesome tide you rode, the crimson fire you set... They live as though eternal in my contempted head but you did sail away, your mind no wounds will bear. Words and eyes that wither, along the passing seas The trace you left is fading, your breath has left the tide but what will never leave me is hatred and disdain. So leave on forth and I will keep your promises. You'll tread upon the scorched, among the lost that lied. But please do not return and drown my soul again. (Componimento originale di mia stesura) April 24 Tauto-Logical SilenceMi sento un po' asfissiato ultimamente. Non è il solito torpore, la tipica dolenza letargica che irretisce nei loro esordi tutte le più virtuose e sporadiche velleità. Si tratta piuttosto di una fiacchezza adorna di tinte più colleriche, sbiadita come una pallida bruma, eppure tanto vivida da destare screzi e inquietudini assortite. In questo mio periodo di pensieri mutili, non faccio che arrancare senza grandi appigli o salde motivazioni. Procedo sulla scia di un solco logoro e vago... tanto indefinito, logoro e vago quanto le parole che vado intessendo qui. Non mancano di certo i livori in questa mondanità così quiescente. Per esempio, ultimamente sono piuttosto esacerbato dalle ricorrenti e vuote tautologie che sembrano infestare il mio sentiero. Sul serio, basta con le dilaganti ovvietà e chi se ne fa araldo. Basta con queste fatue, scipite e corrive banalità in cui non faccio che incagliarmi e impantanare la mente già pur torbida. Basta anche con quei puerili aforismi tautologici (da qui il titolo) oberati dalla propria stessa spoglia inanità, dalla propria stessa vuotezza: "eh, beh, ma la vita è la vita!", "eh beh, ma l'amore è l'amore!" Possibilmente corredati da una rivoltante sfilza di K e varie abbreviazioni, che piuttosto lasciano trapelare il tipico sapore di aberrazioni. Basta con A=A. E con A=A=A, nonché con A=A=A=A e con A=A=A=A=A=A... finendo con incedere ad libitum. "Cogliendo sogni dall'arido frutteto moriva inerte" March 07 Moonside #1: The princess is in another castleDebutta solo oggi, in questo venerdì sera sovrastato da una torma di nuvole plumbee, una mia piccola rubrica parallela, un'atipica alternativa alle balzane illazioni che, puntualmente, scrivo su queste pagine. Si tratta di una collana di interventi che aspiravo di esordire da tempo, in particolare perché il tema qui affrontato affonda le sue radici in una passione che coltivo sin dai tempi più acerbi della mia infanzia: i videogiochi. Lo spazio scrittorio che desiderio ritagliare a tale riguardo sarà dunque insignito del titolo "Moonside", un'effigie atipica forse, ma indubbiamente pertinente, poiché questo bizzarro nome rappresenta un sentito e verace omaggio a un titolo videoludico a me molto caro: "Mother 2" di Shigesato Itoi, conosciuto in America con l'appellativo di "Earthbound". Tuttavia in questa tappa iniziale del percorso non intendo deragliare dal binario propedeutico che avevo affrescato in mente per l'occasione. Rimando ai posteri una disamina su Mother 2 e sulle peculiarità che ne adornano la succinta ma eloquente cosmesi, nonché i mordaci e spesso dissacranti contenuti. Detto questo e finita l'inanità dei convenevoli di rito, addobbiamo le pareti con gli arazzi cerimoniali e addentriamoci nel vivo di questa prolusione. MOONSIDE Capitolo 1: The princess is in another castle Come anticipavo qualche riga qui sopra, il mio interesse per l'ambito della ludica elettronica si palesò in tutto il suo fulgore già dai primi anni di infanzia. Il titolo che sancì le battute iniziali di questa mia cultuale devozione era, ed è tuttora, un araldo iconico del settore stesso, addirittura il labaro sotto la cui egida si staglia tutta una profonda, radicale e ai tempi inusitata concezione del videogioco, finendo per convogliarne, dirigerne e influenzarne gli sviluppi venturi. Mi riferisco al personaggio Nintendo che è ancora oggi lo stendardo figurativo del videogioco per antonomasia: Super Mario. La vetusta cassetta a cui alludevo prima (ormai logora e sferzata dalle intemperie degli anni e dalla mia poca accortezza) consiste nel capostipite dei platform nipponici, il precursore di (pochi) moderni capolavori e di (tanta) odierna feccia: Super Mario Bros. uscito allora per il compianto NES. Tralasciando l'ovvio tepore nostalgico che avvolge la mia rimembranza di quest'opera (e che mai dovrebbe essere contemplata ai fini di un giudizio lucido e, almeno negli intenti, obiettivo) la prima incursione "casalinga" del celebre idraulico nostrano costituisce davvero un crinale senza tempo. Nato da residui e rimasugli latenti di opere caratterizzate da un'estensione grafica decisamente più ridotta, come il famoso "Donkey Kong" (prima comparsa del baffuto e corpulento saltatore), questo gioco incarna per me un po' l'innesco primigenio, un po' l'apice e un po' anche il tramonto di una certo registro, una filigrana di pensiero, una vera e propria ideologia ludica assai raffinata e paradigmatica. SMB aveva già tutto: il simbolismo e la vivacità della pur grezza e stringata estetica, caratterizzata da affreschi di puntini smerigliati e fondali al limite dell'ermetico; la dinamica impeccabile dell'alternanza tra le fasi di gioco, che ebbe il merito di apportare al modello ludico tradizionale un contributo di innovazione e soprattutto una varietà senza pari; la caratterizzazione efficace sia a livello visivo che sonoro dell'ambientazione, un primato davvero ragguardevole se accostato alla quiescente vuotezza dei quadri dei vecchissimi Game & Watch; infine la componente più saliente e più determinante ai fini dell'organicità del tessuto ludico stesso: l'immediatezza, la strepitosa semplicità dei comandi, dell'esecuzione, della fruizione: in sintesi un meraviglioso sincretismo metodologico, tipicamente giapponese, che va a confluire in un divertimento istantaneo, intuitivo, limpido, in ultima analisi eterno. Ora, non a caso ho inserito, nel mezzo dei vari e doverosi elogi che ho disseminato in proposito, il termine 'paradigmatico'. Credo fermamente che SMB possa, anzi debba rappresentare a buon diritto un paradigma esemplare per tutto il panorama ludico, in particolar modo a fronte degli orizzonti in cui quest'ultimo si sta muovendo ed evolvendo negli ultimi anni. Per quanto in questo frangente io stia surrettiziamente omettendo tutta una folta moltitudine di titoli ludici affini ai canoni del primo Mario, non nascondo di provare una certa costernazione dinanzi al solco che il videogioco contemporaneo sta scavando, forte com'è di un numero di "accoliti" sempre più cospicuo e di una filosofia produttiva che calca sempre di più la mano sull'affettazione visiva, sullo sfarzo opulento di chincaglierie grafiche e di orpelli assolutamente inutili. Il problema, a onor del vero, è che spesso tanto sfoggio, tanta avanguardia tecnologica e visiva non è suffragata da altrettanta sostanza ludica. Purtroppo è così, un po' come per l'arte fittizia di chi vuol dire qualcosa senza aver nulla da dire, volendosi decorare con scintillanti ninnoli per poi svelare amaramente le rughe di vuotezza che ardiva di coprire. Dov'è il divertimento? Dov'è la dinamica, la simbologia estetica, l'immediatezza, il divertimento? Dov'è il gioco? I videogiochi di oggi dovrebbero rimirare con ingente e sincera venerazione la prima iterazione di Mario, coglierne i tratti distintivi e farsene brillanti epigoni. Non dico emuli spudorati, chiaramente, e non mi riferisco nemmeno alla ripresa di precisi aspetti stilistici: il mio auspicio riguarda l'ideologia, il timbro essenziale di fascinosa immediatezza che sottende all'impalcatura ludica dei primi titoli Nintendo (non solo Mario, ci mancherebbe!) e che dovrebbe essere un presupposto inalienabile dall'idea stessa di gioco. Oggi do un'occhiata al panorama attuale e non scorgo più giochi nel senso più autentico, o almeno non mi sembra più di ravvedere quell'elemento strettamente ludico che dovrebbe caratterizzare queste opere. Tuttavia, il problema è ben più ampio di quanto queste mie considerazioni lascerebbero intravedere. Parliamo allora dell'utenza, il bacino di fruitori a cui questo dilettuoso settore rivolge le sue attenzioni. Un tempo il videogioco era uno strumento, un formato, un'opera di nicchia e TUTTA la concezione stessa del videogioco rifletteva, in maniera pienamente speculare, quest'aspetto elitario di fondo. Basti ricordare che la difficoltà di avanzamento era ben più cospicua rispetto alle risibili soglie di oggi. Provate a confrontare, sempre per rimanere sul terreno Nintendo, "Legend of Zelda II: Adventure of Link" per NES con "The Legend of Zelda: The Wind Waker" per Gamecube. Il divario di complessità è eclatante. ![]() L'avvento della Playstation di Sony segnò un netto crinale nella specificazione dell'utenza preferenziale di tale formato. Nel nostro scialbo e claudicante Paese essa rappresentò la seconda venuta di Cristo - purtroppo non è un'iperbole - giacché estese la portata del materiale videoludico a un lavacro di potenziali fruitori decisamente più ampio. Tuttavia questo portò a radicali mutamenti, alcuni dal riscontro più subitaneo e manifesto, altri più subdoli e in dirittura di maturazione. Se da un lato sarebbe impensabile, improprio e inattuabile tessere di tutta un'erba un fascio, e ammantare il fenomeno Playstation di una laida veste da spauracchio (il comparto-titoli di questa piattaforma ebbe la fortuna di godere di contributi altamente meritori, tra cui spiccano alcune opere tanto memorabili e imperiture quanto il primo Mario ed eredi), non si può fare a meno di riflettere sulla stoccata inferta da questo nuovo versante ai canoni più classici dell'ambito ludico. Pian piano, infatti, si è assistito a un progressivo ma radicale e tangibile impoverimento di quell'ermetica simbologia e di quel sincretismo così fulgido che aveva fornito il conio e lo stampo di ogni sperimentazione. Il videogioco si è fatto barocco, pascendosi gradualmente di una tensione alla pervicace ostentazione grafica, alla spregevole e pacchiana affettazione cinematica a dispetto e a sfavore di qualsiasi immediatezza, di qualsiasi fondamento intuitivo. Il videogioco oggi ha perso la sua portata simbolica originaria, svilito in primis dalla transizione dal 2D al 3D (che già aveva intaccato non poco la sua prima pelle, quella sofisticata muta primigenia che oggi qualcuno fortunatamente ricorda ancora con commozione), in seconda istanza esautorato del suo contenuto più distintivo e ridotto a squallida imitazione di pellicole da grande schermo. Naturalmente, ribadisco, questo è un discorso generale, condotto a grandi linee su riscontri di raggio molto ampio e che meriterebbero una trattazione ben più viscerale. Occorre infatti discernere con cauta accortezza le turpi accozzaglie, le grame camusità (che oggi fioccano sui banchi dei negozi specializzati in quantità industriali) da quel discreto numero di prodotti che ancora si arrogano la licenza (e il coraggio) di proporre un contenuto onesto, limpido e valido. Un rapido esempio che vuole essere un'imbeccata polemica calzante al discorso finora affrontato: la serie di Grand Theft Auto. Questa serie vede il giocatore intento a razziare senza scopo, virtù, filosofia o diletto, innocui pedoni che traccheggiano incauti per le strade di una città spoglia, grezza e stucchevole: tutto questo imbrigliato in un prodotto che fa pena in OGNI aspetto che lo compone. GTA, in ognuna delle sue iterazioni, in particolar modo le ultime in 3D, è un esempio di titolo da evitare come i più pestilenziali agenti patogeni. GTA rappresenta tutto ciò che un videogioco non dovrebbe mai essere: l'icona di una sub-cultura, il principio e stendardo comportamentale di una ideologia (ludica e non, attenzione!) senza alcuno scopo o ragione. In pratica, una merda. Una merda, però, infiocchettata da lustrini, ma soprattutto capace di servirsi delle proprie BECERE caratteristiche per accattivarsi le grazie del proprio pubblico, forse divenuto altrettanto becero. ![]() Poi, naturalmente vien da sé che qui in Italia, dove il gioco più venduto continua ad essere PES (rigorosamente pronunciato senza alcun rispetto degli acronimi, senza sapere a cosa corrisponda l'acronimo e, anzi, senza nemmeno sapere cos'è un'acronimo!), non stupisce che GTA venda e titilli il palato di critica e pubblico. Passiamo ora al perfetto contraltare di tale abiezione, un esempio di panacea ai mali che questo genere di pattume suole infliggere: il recente Super Mario Galaxy per Wii. Qui mi inchino. Ma non fraintendetemi, l'elogio sperticato che qui ho implicitamente ammesso non è AFFATTO da tributarsi a una faziosa e acritica propensione verso il genere il personaggio. Ma ci mancherebbe. Ascoltate chiunque, qualsiasi voce, qualsiasi campana che abbia avuto la salacia, l'arguzia e l'encomiabile fervore di provare questa perla. Super Mario Galaxy è esattamente tutto ciò che un videogioco dovrebbe essere. Non mi dilungo ora a citarne gli infiniti pregi, poiché avevo già pianificato un capitolo di Moonside dedicato all'analisi di questa magnificenza. È un'opera che si erge con austero splendore e svetta incondizionatamente su tutta la fallace panoplia di scemenze barocche che, da qualche tempo, molti sviluppatori stanno rifilando all'utenza videoludica. Perché tutto ciò? Ma è naturale: Nintendo, già dapprima con la semplice idea del suo Wii, e ora con questo titolo sublime, impartisce una sonora lezione ai fautori del gioco-non-gioco, riprendendo a piene mani il lascito sincretico di gratificante immediatezza che costellava i titoli di generazioni ormai passate. L'opera è poi impreziosita da una dinamica ludica squisita, che attinge anch'essa dal repertorio dei classici di riferimento, apportando al contempo curiose innovazioni. Basti dare un'occhiata alle strabilianti ambientazioni: questa nuova avventura è tutta ambientata nello spazio e si articola interamente nel passaggio da una galassia all'altra, ognuna ricca di colori e di personalità, di fascino e di coerenza stilistica. Forma e contenuto insieme, noce e gheriglio ricongiunti a un tutt'uno omogeneo e rutilante. Sarò sincero: se SMB deve essere il capostipite e referente esemplare, qui siamo di fronte a un lodevole successore, un erede assolutamente meritorio di quegli stessi principi fondativi dell'arte videoludica. ![]() Lo spazio dedicato a questa mia lunghissima disamina dilettuosa è giunto, almeno per ora, al termine, dato che penso di aver asfissiato a sufficienza il blog con tali pur stuzzicanti riflessioni. Riallacciandomi al titolo di questo capitolo, ulteriore verace tributo all'azienda di Kyoto, e volendo tirare le somme di quest'estesa ma ancora acerba trattazione, sono del parere che forse i videogiochi, in particolare in questa modernità così tumultuosa, incerta ed entropica, debbano ritrovare la loro principessa. Quest'ultima (qui comodo araldo simbolico dei fasti stilistici delle epoche videoludiche più floride e feconde) continua a proferire il suo lento richiamo, indicando sentieri così lontani nel tempo, così trascurati e accantonati... eppure sempre vividi, redditizi e imperituri per chi voglia ancora alacremente, e forse ormai infruttuosamente, percorrerli. A presto con il prossimo capitolo! [Ringrazio enormemente chi ha avuto la pazienza di seguirmi fin qui! Ogni commento, giudizio, lode o invettiva è come al solito ben accetta e incoraggiata!] February 27 Note a margineDopo l'intermezzo escatologico con cui vi ho tediato qualche giorno fa, mi arrogo ora la licenza di redigere qualche riga in tono più mondano, giusto per svellere la mente dalle sue radici sempre logore e quiescenti. Quindi, seguirà qui qualche briciola parenetica (=auto-esortativa), annotata proprio per destare in me nuovi eventuali sproni e, all'occorrenza, per ravvivare anche quelli più vetusti. 1) Da qualche tempo mi sto prodigando nella progettazione del mio nuovo lavoro musicale. Le premesse di quest'ulteriore fatica scaturiscono, in tutta onestà, da un'intenzionale sferzata caustica rivolta ai miei tipici canoni di composizione. Sento l'esigenza di cesellare qualcosa che si discosti radicalmente dalle sonorità di cui mi sono avvalso finora... Vedremo cosa riuscirò a sfornare. 2) Per il resto, l'indolenza mi tende costanti tranelli e agguati sempre più insidiosi, cercando di volgermi verso le acclivi alture dell'ignavia, dell'abulia più smodata e parossistica. Dal canto mio, non faccio che cercare di rammendare queste lacune, ma l'impresa si rende sempre più ostica. Più che altro, mi manca l'opulenza degli spunti più autentici, quelli che proliferavano sul compianto forum di Eyes on Final Fantasy. Mi mancano molto le solerti e acribiche suggestioni partorite dalle altrettanto volitive menti che soggiornavano presso quei lidi. Altrove non vedo la stessa arguzia, non scorgo lo stesso ingegno e fervore... Ma forse non ho cercato abbastanza in fondo. 3) Tuttavia, proprio per scacciare questa apatia così seccante, desidero cogliere l'occasione per attuare un proposito che avevo intentato da anni, ma che infine era stato, a malincuore, blandito ed eclissato in favore di altre incombenze più urgenti. Ebbene, voglio iniziare a scrivere qualcosa di originale. Voglio provare a stilare un racconto personale, forse addirittura un vero e proprio romanzo in fieri. Le idee che ho raggranellato e incubato sembrano essersi sedimentate a dovere ed aver acquisito quel nitore e quella integrità che auspicavo... Adesso che non sono completamente oberato dagli oneri didattici, posso concedermi almeno l'ardire di accennare qualche nota di esordio. Ribadisco naturalmente quanto chiosavo sopra (e che vale anche su questo fronte): lasciamo ai posteri il compito di sentenziare sugli esiti tangibili di questa curiosa (e lodevole?) iniziativa. Bene, per stasera chiudo laconicamente qui, su queste promesse vaghe e fin troppo amene di possibile fattività futura. Come detto, sono solo piccole briciole, ma dovrebbero bastare, per ora, a indicare un buon sentiero in questa selva sempre più intricata. | ||||||||||